Ohh Obama! Finalmente tornano comici, feste, libri e film come si deve
"Is Obama good for books?”: la domanda fa il verso alla Grande Questione Ebraica “But is it good for the jews?” (qualcuno risponde con le foto del nuovo presidente davanti al muro del pianto, altri la mettono in burla sul sito goodforjews.com). Girava già prima delle elezioni, per scaramanzia nessuno voleva rispondere.

"Is Obama good for books?”: la domanda fa il verso alla Grande Questione Ebraica “But is it good for the jews?” (qualcuno risponde con le foto del nuovo presidente davanti al muro del pianto, altri la mettono in burla sul sito goodforjews.com). Girava già prima delle elezioni, per scaramanzia nessuno voleva rispondere. Troppe erano state le delusioni, troppi gli sberleffi di Tom Wolfe che andava a salutare i partenti e alla sala vip dell’aeroporto non trovava mai nessuno. Tutti ovviamente si auguravano di sì: un presidente con due best-seller all’attivo (“I sogni di mio padre”, “L’audacia delle speranza”) fa meglio sperare i liberal di un presidente sbeffeggiato da Michael Moore perché legge favole ai bambini mentre crollano le Torri Gemelle.
Quando ancora non si sapeva come sarebbe finita con Hillary, Barack Obama aveva telefonato a Toni Morrison. Prima di chiederle il sostegno, avevano chiacchierato un po’ di letteratura, con scambievoli complimenti sullo stile. Risultato: il premio Nobel che aveva battezzato Bill Clinton “primo presidente nero” abbandonò la vecchia amica Hillary. La prosa di Obama colpisce anche Michael Chabon, Rick Moody e il ferocissimo critico Harold Bloom. Molto felice si dichiara Jonathan Safran Foer, in procinto di riunire l’io diviso: negli ultimi otto anni aveva praticato la scrittura come antidoto alla grande vergogna di essere americano. Intanto, sul sito AbeBooks – libri usati, rari e fuori catalogo – le prime edizioni autografate da Barack Obama vengono vendute a colpi di mille dollari.
Non solo gli scrittori e i librai – abbiamo ripreso la domanda dal sito Shelf Awareness (“Shelf” come scaffale, non è un refuso, la self awareness resta di competenza degli strizzacervelli) – si interrogano sul new deal culturale obamiano. “American Film Market hopes for change” si leggeva su Variety prima delle elezioni, con riferimento al più grande mercato cinematografico degli Stati Uniti, dove le produzioni indipendenti cercano distributori (si tiene a Los Angeles, dal 5 al 12 novembre). La crisi, avvertita già a Cannes, aveva allungato i tempi di decisione e abbassato i prezzi. E quest’anno non si poteva neppure contare sull’effetto magazzini vuoti, come era accaduto dopo lo sciopero. In attesa delle cifre finali, gli esperti immaginano le relazioni future tra Washington e Hollywood, sicuramente più strette con Obama presidente che con McCain presidente. Anche dal punto di vista mondano, un bel miglioramento: Bush non beveva, andava a letto alle nove lasciando Laura in compagnia delle “Desperate Housewives”, organizzava poche feste (all’inizio, per rispetto alle vittime dell’11 settembre). Torneranno, dice qualcuno, i bei tempi di John e Jackie Kennedy. Altri invece pensano che Obama debba tenersi lontano dalle star, e far vita spartana quanto il dollaro di paghetta stabilito per le figliole.
Buoni ultimi, arrivano i comici. L’Hollywood Reporter, con il titolo “Comedy in the age of Obama”, riferisce un dibattito tra addetti ai lavori organizzato dal New York Comedy Festival. Secondo Roseanne Barr, l’attrice pingue di “She-Devil”, rispetto all’era Bush la comicità si alzerà di livello, diventando più sofisticata. Retropensiero a malapena dissimulato: Bush era cretino, quindi attirava battute cretine. Ted Rall, presidente dell’associazione dei cartoonist americani, dice che siamo in vista di una nuova e ridanciana epoca Kennedy. E aggiunge: alla fredda eleganza di Obama farà bene qualche sberleffo. Erano tutti lì a discutere, quando una signora alza la mano e si lamenta: “Ma che noia, state facendo tante teorie e neanche una battuta”. Applausi convinti dalla platea.